regia: Steven Spielberg (Usa, 2017)
cast: Tom Hanks, Meryl Streep, Bob Odenkirk, Bruce Greenwood
sceneggiatura: Liz Hannah, Josh Singer
fotografia: Janusz Kaminski
scenografia: Rick Carter
montaggio: Michael Kahn, Sara Broshar
musiche: John Williams
durata: 118 minuti
giudizio: ★★★☆☆
trama: Nel 1971 una "fuga di notizie" dal Pentagono consente al New York Times di pubblicare in esclusiva dei documenti segreti (e riservati) in cui si evincono le responsabilità di quattro presidenti americani (Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson) nel voler proseguire l'inutile e perdente guerra nel Vietnam. Il giornale però è costretto a ritrattare a seguito di provvedimenti dell'autorità giudiziaria. Tre mesi dopo un altro giornale, il Washington Post, per mezzo del suo direttore Ben Bradlee e della sua editrice Katharine Graham, rimetterà mano ai documenti sfidando di fatto il potere giudiziario, in nome della libertà di stampa.
Se conoscete anche solo un pochino Spielberg, potete già immaginarvi la risposta. Ma non è questo ciò che conta in un film che si fa apprezzare per la consueta, ammirevole perfezione stilistica: Spielberg, lo si capisce, adora la carta stampata e le redazioni dei giornali, e lo dimostra ricostruendo in maniera esemplare le "viscere" dove nascono i giornali stessi, dai piani alti illuminati a giorno e con gli uffici a vetro (allegoria di trasparenza e fedeltà verso il lettore) fino ai cupi sotterranei dove i tipografi, tutti rigorosamente a mano, compongono le prime pagine e le mandano in stampa. Non è blasfemo constatare che, malgrado la presenza di due "mostri sacri" della recitazione come Meryl Streep e Tom Hanks, le vere protagoniste del film sono le rotative che stampano i giornali e le copie stesse, che escono dai nastri e finiscono nelle edicole e nelle strade, delle quali pare di sentirne perfino l'odore...
Eppure, nonostante le buone intenzioni e la cura maniacale dei dettagli, The Post non riesce quasi mai a scaldare i cuori degli spettatori, se non in qualche tipica scena ad effetto. E' un ottimo film, ci mancherebbe, ma l'impressione (da un bel po' di tempo a questa parte a dir la verità...) è che il suo regista rimanga sempre prigioniero di un conclamato "didascalismo" di fondo, di una narrazione senza sbavature ma inevitabilmente classica, dove classica sta più che altro per "vecchia", già vista: il cinema dello Spielberg di oggi è soffocato dal manierismo e non riesce più a sorprendere chi guarda. La storia è prevedibile e ben oliata ma non esce mai dai binari della prevedibilità, senza scossoni e senza slanci, sapendo già dove andrà a parare. Ci sono momenti di grande epicità ma si tratta, appunto, di istantanee, di flash, mentre le due ore di film scorrono placidamente accumulando via via una netta sensazione di deja vu.
The Post ha il merito di ricordare al grande pubblico l'importanza di un'informazione libera e indipendente, al servizio dei lettori. E' una tipica utopia spielberghiana e gliela concediamo senza problemi e con rispetto, ammirandone al tempo stesso la coerenza. Tuttavia il suo è ormai un cinema ancorato al passato, magari di ottimo livello ma vecchio per concezione e struttura (il film segue il tipico canovaccio spileberghiano: prolisso e verboso nella prima parte per poi aumentare d'intensità fino all'epilogo, come sempre condito dal consueto, amabilissimo pistolotto retorico). Un cinema che si lascia guardare e piacere, ma che non incanta più. E non è una questione di età: il prossimo weekend uscirà il nuovo lavoro del quasi novantenne Clint Eastwood che, ne sono certo, sarà ben più innovativo e profondo rispetto a questo ennesimo Spielberg d'annata.
Andrò quasi sicuramente a vedere The Post, mi ha fatto piacere leggere questa recensione :) Tornerò qua sotto nei commenti dopo averlo visto! :D
RispondiEliminaMi fa piacere: aspetto il tuo commento allora!
EliminaOra lancio una provocazione, non volermene: leggo in molte recensioni dell'ottimismo Spielberghiano ma qui è una storia che non si è inventato Spielberg, che è davvero "finita bene" e che ha aperto una falla nella presidenza Nixon, contribuendo assieme allo scandalo Watergate a cacciare a pedate dalla Casa Bianca una presenza immonda (non che quelli prima, JFK compreso, non lo fossero, ma Nixon era "troppo", via). E' storia, sicuramente romanzata, ma QUELLA volta ha vinto la libertà di stampa.
RispondiEliminaE di questi tempi, tempi bui, tempi Trumpiani, Maceratesi, Neofascisti, bufalari, ignoranti, è bene ricordare l'esistenza di una stampa VERA, al servizio del lettore, non del potente di turno o del sensazionalismo. Una stampa, come hai sottolineato, DI CARTA, vecchia, curata, non fatta di notizie buttate giù in fretta e furia dal primo strepponetto a caccia di click...
Non te ne voglio, anzi ;) accetto volentieri la "provocazione"... che poi non lo è nemmeno: riguardo le tue ultime righe sono assolutamente d'accordo, avercene di questi tempi di film come "The Post" che ti fanno capire quando un paese è libero veramente. Io non contesto a Spielberg il suo inguaribile ottimismo (che fa parte del suo DNA, anche se - ammettiamolo - la storia che racconta è più che romanzata: le lobbies americane della carta stampata esistono eccome, per un caso come questo che finito "bene" per la democrazia ce ne sono almeno altri dieci che sono stati insabbiati dalla ragion di Stato). Ma, ripeto, il punto non è questo. Io contesto a Spielberg il fatto di realizzare film ormai lineari come i binari della metro, senza deviare neppure di un centimetro dalla strada maestra. E' un cinema ormai vecchio, stantio, che non ha più nemmeno un barlume della creatività degli anni d'oro. Io mi emozionavo e piangevo a vedere "E.T", con "The Post" al massimo mi prendo una camomilla
EliminaVoglio divertirmi, come in passato, a immaginare un remache italiano.
RispondiEliminaImmaginate la telefonata un produttore (napoletano?) a un regista (livornese?): la protagonista chi la fa? la Ferilli è troppo burina? ma va bene così; al pubblico piacciono le burine... e la parte di Tom Hanks a chi la diamo? Servillo no (costa troppo), meglio A. Albanese che fa più ridere... e i pappers (non ci vogliono 2 p? ma non mettiamoci a risparmiare su tutto!) cosa sveleranno? Porcate politiche? naaa, il pubblico non si appassiona di quelle cose lì... meglio buttarla sugli scandali del calcio, sugli scudetti rubati, sul Moggigate...
ahahahah!!! Mi fai morire... eh, in effetti sarebbe una bella parodia! Ma il regista chi lo fa?? Secondo me Virzì è troppo snob ormai, di livornesi non resta che Paolino Ruffini! ;)
Eliminasì, pensavo a P. Ruffini....
EliminaAmo il cinema classico, e lo Spielberg classico mi piace sempre. Mi ha ricordato TUtti gli uomini del presidente, un grande classico della mia epoca.
RispondiEliminaBuona serata!
Mauro
Certo Mauro, è il film che viene omaggiato proprio nell'ultimissima sequenza, e alla quale si ispira chiaramente "The Post". Il punto è: dopo "Tutti gli uomini del Presidente" era necessario tornare sull'argomento? Probabilmente sì (diciamo che non fa mai male ribadire il concetto di libertà) solo che da Spielberg era lecito aspettarsi un po' più di fantasia...
EliminaSpielberg è questo, da sempre. Prolisso, "spiegone" e idealista. O lo si ama o lo si odia, lui non cambierà mai! :)
RispondiEliminaNo, Rebecca. Non sono d'accordo. Spielberg è "così" come modo di intendere il suo cinema, ma i suoi film non sono tutti uguali. Tra "The Post" e "Munich", "Incontri Ravvicinati", "E.T.", ma anche "Schindler's List" e "Prova a prendermi" c'è un abisso a livello di creatività ed empatia con il pubblico. Io ancora piango e mi commuovo con "E.T." e "Incontri ravvicinati", con "The Post" mi è venuto più facile lo sbadiglio
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